Caratteristiche

Collana: Melting Pot
Formato: 13 × 20,5
Pagine: 180
Prima edizione: 1995
ISBN: 88-86051-23-9
Prezzo: € 10,30
Lingua originale: tedesco
Traduttore: Fausta Morganti

Il libro

Mariella Mehr è una ‘figlia della strada’, una delle oltre seicento piccole vittime strappate alle famiglie. Scrittrice, poetessa, giornalista, si è attivamente impegnata contro i soprusi e le violazioni dei diritti più elementari della sua gente ed ora, in questo libro, ci offre la sua storia emblematica della psicoterapia che le ha permesso di uscire dai sentieri della follia, su cui le ‘misure educative’ l’avevano avviata. Già sua madre era stata oggetto delle ‘cure’ della Pro Juventute. Strappata a cinque anni alla famiglia, istituzionalizzata fino a venticinque anni, era affondata in una schizofrenia paranoica che l’aveva portata a tentare di uccidere la stessa figlia, nata prematura il 27 dicembre 1947, una data che segna l’inizio di una immane lotta per sopravvivere nonostante tutto, sostenuta dalla forza dell’odio, in una chiusura autistica col silenzio quale unica arma di difesa contro l’aggressione esterna. “In realtà sono caduta in un oceano di disgusto, di freddo, di esilio. L’odio e la disperazione di mia madre mi hanno vomitata in un paesaggio di orrore. Mi ha fatta pietrificare prima ancora di essere vissuta”. La bambina diventa un urlo, un urlo disperato, pietrificato e Steinzeit, tempo di pietra, è significativamente il titolo originale del libro. Tutta la sua storia è una storia di violenze inaudite. Da piccola viene rinchiusa al buio, picchiata per la sua paura, la sua solitudine, il suo mutismo. Poi le viscide attenzioni di un ‘padre’ affidatario, la violenza carnale di un medico, gli elettroshock ripetuti, le terapie chimiche estreme perché ritenuta un ‘caso incurabile’, esibita nelle lezioni cliniche come esempio tipico di una razza tarata, la vita disperata alla ricerca di se stessa in una città simbolicamente chiamata Zero. E quando il bisogno di un minimo di calore umano la spinge fra le braccia di un uomo, viene ancora punita con il carcere e il figlio, il piccolo Cristoforo, le è tolto per sempre.

È tutto un susseguirsi di brandelli di ricordi, che straziano la coscienza, che si richiamano, si accavallano, scavano sempre più a fondo nel subconscio, si compongono fino a tracciare il quadro allucinante delle vicissitudini di silviasilviosilvana, di una creatura marchiata sin dalla nascita dalle assurde teorie dell’ereditarietà negativa delle genti nomadi, quelle stesse teorie che hanno portato al genocidio degli Zingari sotto il Nazismo, un olocausto dimenticato che contò più di mezzo milione di vittime.

Ma il libro vuol essere anche un appello per quanti hanno a cuore il destino dei bambini, in particolare per quelli istituzionalizzati, esseri senza diritti anche nella civilissima Svizzera, perché non venga meno la comprensione e un soffio di calore umano “per i cuori infantili mutilati dall’assenza di amore”, perché non tutti hanno la sua forza di analizzarsi fino allo strazio delle immagini fantasmagoriche della paura, rese con grande forza poetica, al di sopra di una società che copre con un manto di ipocrita moralità un mondo di malvagità. (estratto dell’introduzione di Mirella Karpati)

Un brano

“notti insonni nella sala di guardia. donne che gemono e gridano nei letti. alcune
legate alle mani e ai piedi. l’odore di cacca e di urina fa fuggire via silvia alla toilette. là
di notte vengono fumate le razioni giornaliere di sigarette. là c’è quasi sempre
l’infermiera di notte, perché si annoia. sediamo sulle pattumiere, l’infermiera, elsa ed
io. io volevo diventare una famosa scrittrice, come george sand o virginia woolf.
sognavo per questo di fuggire. lasciavamo scorrere i nostri sogni con i cerchi di fumo
delle sigarette, là, dove l’aria non era imprigionata dalle sbarre.

più tardi elsa si impiccò. ero triste e piena di rabbia. la cura di insulina l’aveva ridotta
un relitto apatico e informe. mi tagliai nel braccio in segno di dolore. io la ammiravo
per il suo coraggio e nello stesso tempo la odiavo.”

Approfondimenti

Nel 1926 la Svizzera ha visto aprirsi un periodo storico di particolare importanza che è durato fino al 1973 e che ha coinvolto diverse centinaia di persone. La fondazione Pro Juventute (a tutt’oggi in attività pur avendo in gran parte preso le distanze dal fatto storico) avviò un programma di soccorso denominato Bambini di strada e che aveva come obiettivo lo stabilizzare la situazione dei figli degli zingari che pare vivessero in condizioni di particolare disagio.  (fonte: prefazione di Mirella Karpati a Steinzeit di Mariella Mehr, Guaraldi-Aiep, 1995).

Il programma consisteva nella sottrazione forzata dei bambini per darli in affidamento alle famiglie sedentarie. Gli allontanamenti si basavano, giuridicamente, sui provvedimenti a tutela dei bambini previsti dal Codice civile svizzero del 1907 entrato in vigore nel 1912. In virtù di questa legge le autorità tutorie avevano il diritto e l’obbligo d’intervenire se i genitori non ottemperavano ai loro doveri e se il benessere del bambino era in pericolo. Le autorità tutorie potevano sottrarre i bambini ai loro genitori e collocarli in istituto o in una famiglia affidataria. Se i bambini erano costantemente in pericolo le autorità potevano privare i genitori dell’autorità parentale e nominare un tutore. Fino al 1978, anno in cui entrò in vigore il nuovo diritto di famiglia, le madri non coniugate non avevano inoltre il diritto di custodia sui loro figli. Le autorità potevano assegnare l’autorità parentale alla madre oppure al padre, se quest’ultimo riconosceva il figlio, ma nella maggior parte dei casi nominavano un tutore. Con questo sistema giuridico la consuetudine che si consolidò fu quella di affidare la tutela dei bambini alla fondazione Pro Juventute.

Dopo l’allontanamento ai bambini veniva cambiato il nome al fine di renderli difficilmente raggiungibili dalle famiglie di origine e venivano dati in affidamento ad altre famiglie. Queste ultime però non erano abbastanza e così si conta che oltre l’80 per cento dei bambini venne collocato in istituti e riformatori. Pochissimi di questi ebbero la possibilità di frequentare la scuola media e pochissimi seguirono un apprendistato. Al termine della scuola dell’obbligo la maggior parte di loro andò a lavorare presso famiglie contadine come braccianti o come domestici presso privati. È riconosciuto che le diverse forme di collocamento non portarono ad alcun miglioramento, anzi negli istituti i bambini spesso vennero picchiati ed emarginati a causa delle loro origini se non proprio soggetti a diverse forme di abuso. Molti furono anche oggetto di controlli sanitari che prevedevano ricoveri in osservatori e cliniche psichiatriche (se ne contano circa un centinaio). A causa delle loro origini erano considerati portatori di tare genetiche e quindi collocati in istituti per disadattati o per minorati mentali. In questi venivano abitualmente utilizzati gli strumenti dell’epoca quali l’elettroshock, il carcere, le terapie chimiche.

Pare che inizialmente l’opera assistenziale incontrò il favore di larga parte della popolazione e Pro Juventute ricevette molti attestati di stima. Col tempo però l’opinione pubblica iniziò a criticare il suo operato e solo grazie a diversi articoli giornalistici e reportage (e non grazie alle diverse famiglie Jenisch che avevano tentato di ritrovare i loro figli in quanto l’allontanamento sistematico dei bambini era compatibile con l’ordinamento giuridico in vigore e quindi i ricorsi dei genitori venivano tutti respinti) l’indignazione pubblica divenne tale che si dovette chiudere il programma Bambini di strada (era il 1973). La conta degli interessati da quest’opera assistenziale è di 586 bambini.