Collana: Caribù
Formato: 15 x 21 cm.
Pagine: 152
Prima edizione: 2009
ISBN: 88-6086-011-8
Prezzo: € 14,00

Il Libro

“Perché mi hanno ucciso” è un libro dossier che ripercorre la vicenda del dissidente russo Aleksandr Valterovich Litvinenko, spirato il 23 novembre 2006, all’età di 43 anni, nel letto del University College Hospital di Londra, dove era stato ricoverato il 2 novembre. A ucciderlo, il polonio 210, un isotopo rarissimo, costosissimo, che non dà alcuno scampo anche a dosi minime. Litvinenko negli ultimi anni aveva scritto numerosi articoli giornalistici con tesi considerate sovversive dalla nomenklatura russa: verità scomode, sugli attentati ai palazzi di Mosca del 1999, sulla strage del Teatro Dubrovka del 2002, sull’orrore di Beslan nel settembre 2004 e anche sull’omicidio di Anna Politkovskaja. Il libro dossier è una raccolta degli articoli redatti dallo stesso Aleksandr Litvinenko nei suoi ultimi anni di vita. L’introduzione è curata dal giornalista Luca Salvatori che, insieme a Maxim Litvinenko, fratello minore di Aleksandr, ha anche intervistato Boris Berezovskij – forse, il principale oppositore di Putin – e Achmed Zakaev, leader della resistenza cecena. Entrambi, come Litvinenko, sono stati costretti all’esilio a Londra, per non essere arrestati o peggio uccisi. Aleksandr due giorni prima di morire scrisse una lettera aperta, indicando il nome di chi, secondo lui, aveva ordinato la sua morte: Vladimir Putin.

Gli articoli pubblicati da Aleksandr sono stati raccolti dal fratello Maxim dopo la sua morte. “Mio fratello accusando dolori intestinali, in un primo momento pensò ad un virus” – racconta Maxim – “ma il tempo passava e i medici non riuscivano a capire cosa potesse essere”. Due giorni prima di morire Livtinenko scrisse il suo ultimo atto di condanna verso Putin, accusandolo del suo avvelenamento.

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Chi era Alexander Litvinenko
Alexander Litvinenko era un ex agente dell’FSB (Federal’naja služba bezopasnosti), i servizi segreti russi che nella prima metà degli anni Novanta sostituirono il KGB. Litvinenko si trovava a Londra dal 2000 dopo aver chiesto e ottenuto asilo politico al governo britannico, e – stando a quanto poi riportato dalla moglie Marina – in Inghilterra lavorava per i servizi segreti britannici.
Di Litvinenko è stato scritto che divenne informatore del KGB nel 1986, e due anni più tardi fu nominato agente della sezione dell’intelligence militare, prima di passare, nel 1991, alla divisione antiterroristica. Parte del suo lavoro negli anni Novanta portò all’arresto di numerosi agenti durante la prima guerra cecena. E proprio in quel periodo entrò nel giro degli amici e delle guardie della sicurezza personale del potente oligarca russo Boris Berezovskij, dopo aver indagato riguardo a un tentativo di assassinio ai danni dello stesso Berezovskij.
I rapporti con il governo russo
Litvinenko divenne in poco tempo uno degli amici più stretti di Berezovskij, pur trovandosi in una posizione piuttosto complicata: era ancora un agente dei servizi segreti russi nel momento in cui i rapporti tra Berezovskij e il governo russo cominciarono a deteriorarsi. Nel 1998 Litvinenko informò Berezovskij che alcuni membri dei servizi segreti russi avevano cercato di ucciderlo: Litvinenko tenne anche una conferenza stampa insieme ad altri agenti in cui accusò alcuni suoi superiori e colleghi dell’FSB di aver ordinato rapimenti di persone, estorsioni e omicidi, e di aver pianificato l’assassinio di Berezovskij.
Litvinenko venne subito espulso dall’FSB. Vladimir Putin – all’epoca capo dell’FSB e dello staff dell’allora presidente russo Boris Yeltsin – disse anni dopo in un’intervista con la giornalista russa Yelena Tregubova di aver licenziato personalmente Litvinenko “perché un agente dell’FSB non dovrebbe tenere conferenze stampa, non è il suo lavoro, e non dovrebbe rendere pubblici degli scandali interni”.
In Inghilterra
Nel 2000, dopo avere violato un divieto di espatrio ed essere andato via da Mosca con sua moglie e il figlio Anatoly, Litvinenko cercò di ottenere asilo politico in Turchia, ma la sua richiesta non fu accolta. Riuscì invece a ottenere asilo politico in Inghilterra dopo essersi fermato all’aeroporto Heathrow di Londra l’1 novembre 2000 durante un tragitto che da Istanbul avrebbe dovuto portarlo di nuovo a Mosca, passando per l’Inghilterra.
In Inghilterra Litvinenko continuò a mantenere ottimi rapporti con Berezovskij, che nel 2002 finanziò la pubblicazione di un suo libro in cui i servizi segreti russi venivano accusati di essere responsabili di una serie di attentati in Russia ufficialmente attribuiti dal governo russo ai separatisti ceceni per giustificare alcune operazioni militari. Stando a quanto riportato negli ultimi anni da sua moglie Marina, in Inghilterra Litvinenko divenne anche un collaboratore dei servizi segreti britannici, tesi sostenuta anche da alcuni giornali prima della morte di Litvinenko.
Il ricovero e la morte
Il 4 novembre 2006, dopo tre giorni di continui malesseri e conati di vomito, Litvinenko venne ricoverato al Barnet General Hospital di Londra. Le sue condizioni si aggravarono nel giro di pochi giorni: diventò molto debole, perse tutti i capelli e cominciò a perdere conoscenza per lunghi tratti durante il ricovero, senza che le cause fossero chiare ai medici. All’inizio i medici pensarono a un’infezione batterica insolita, poi a un’intossicazione da veleno per topi: quando le difese immunitarie di Litvinenko cominciarono a crollare, credettero che si trattasse di avvelenamento da tallio in forma radioattiva, che risulta sia stato usato dal KGB nel 1954 per il tentato assassinio dell’agente segreto Nikolai Khokhlov, che aveva rifiutato di uccidere un dissidente russo.
Soltanto poche ore prima della morte di Litvinenko, i medici riuscirono a fare una diagnosi precisa: era stato un avvelenamento da polonio-210, un isotopo radioattivo molto raro e pericoloso (un milionesimo di grammo è sufficiente a distruggere gli organi del corpo di una persona). In quelle ultime ore Litvinenko autorizzò la pubblicazione di una sua foto che lo mostrava nel letto dell’ospedale e che circolò moltissimo, rendendo nota la sua storia in tutto il mondo. Morì il 23 novembre, lasciando una lettera poi diffusa dalla sua famiglia. Erano passati meno di due mesi dalla morte della giornalista e attivista per i diritti umani russa, e critica verso Putin, Anna Politkovskaja, uccisa con quattro colpi di pistola nell’ascensore del condominio dove abitava, nel centro di Mosca.
(La lettera scritta da Litvinenko prima di morire)
Nelle interviste date dall’ospedale, Litvinenko accusò Vladimir Putin di aver ordinato il suo assassinio, forse compiuto da due ex agenti russi, Andrei Lugovoy e Dmitry Kovtun, che Litvinenko aveva incontrato l’1 novembre, tre giorni prima di essere ricoverato.
Cosa era successo l’1 novembre
Sia Andrei Lugovoy che Dmitry Kovtun appartengono a quel corposo giro di ex agenti russi poi divenuti imprenditori, politici e uomini d’affari. Lugovoy disse che fu Litvinenko a invitarlo l’1 settembre al Millennium Hotel di Grosvenor Square a Londra per parlare d’affari. Fu ipotizzato che Litvinenko fosse stato avvelenato bevendo del tè contaminato con il polonio-210 durante quell’incontro, durato 20-30 minuti, a cui partecipò anche Kovtun. Lugovoy, tuttavia, disse in seguito che Litvinenko non consumò né da bere né da mangiare.
Prima dell’incontro con Lugovoy e Kovtun, Litvinenko aveva incontrato a pranzo – in un ristorante sushi di Piccadilly – un consulente dell’intelligence italiana, Mario Scaramella, che secondo diverse ricostruzione gli avrebbe fornito informazioni riguardo Anna Politkovskaja e altre attività dei servizi segreti russi in Europa e in Italia, dove viveva un fratello di Litvinenko, Maxim Litvinenko.
Esperti forensi inglesi, esaminando i luoghi frequentati quel giorno dai protagonisti della vicenda, trovarono tracce di polonio-210 al Millennium Hotel, al club Abracadabra e allo stadio Emirates, dove Lugovoy aveva visto una partita tra Arsenal e CSKA Mosca. Altre tracce furono poi trovate all’aeroporto di Heathrow, all’ambasciata inglese a Mosca e in un appartamento di Amburgo, in Germania, in cui Kuvton aveva soggiornato: sia lui che Lugovoy negarono qualsiasi coinvolgimento nella storia, pur riconoscendo di aver visto Litvinenko l’1 settembre. Circa 700 persone che avevano frequentato gli stessi posti frequentati da Litvinenko l’1 settembre, tra cui lo stesso Scaramella, furono sottoposte a esami medici per accertare che non fossero stati avvelenati, ma nessuno di loro risultò seriamente contaminato.
Le accuse contro Lugovoy
Nel maggio del 2007, dopo mesi di indagini, il pubblico ministero Ken Macdonald, formulò l’accusa di omicidio contro Lugovoy, che intanto era tornato a Mosca: il governo russo si rifiutò di estradare Lugovoy, sostenendo che le leggi russe impediscono l’estradizione di cittadini russi. Ne nacque un caso diplomatico, che portò all’espulsione di quattro diplomatici russi dall’ambasciata britannica a Mosca e quattro da quella russa a Londra.
Lugovoy, respingendo ogni accusa, disse che sia Litvinenko che Berezovskij – l’ex oligarca amico di Litvinenko, da tempo in Inghilterra – erano agenti dei servizi segreti inglesi. Lugovoy diventò membro della Duma nel dicembre 2007, ottenendo l’immunità parlamentare. Qualche anno più tardi, alla fine del 2010, in alcuni rapporti ufficiali di funzionari e ambasciatori del consolato americano di Amburgo rivelati dal sito Wikileaks Lugovoy veniva definito come “protetto personalmente da Putin”. Da quei rapporti emerse inoltre che – prima dell’incontro con Litvinenko a Londra – l’altro ex agente sospettato dell’omicidio, Dmitry Kovtun, alla fine di ottobre 2006 si era incontrato ad Amburgo con un italiano, e che gli italiani avevano un ruolo anche all’interno dell’inchiesta londinese (si faceva riferimento a Scaramella).
L’apertura dell’inchiesta pubblica
In molti credono che l’inchiesta giudiziaria per stabilire le cause della morte di Litvinenko, e per perseguirne penalmente i responsabili, subì numerosi rallentamenti a causa dei rapporti diplomatici tra Russia e Regno Unito. Il caso fu riaperto in Inghilterra alla fine del 2012, dopo la revisione della fase istruttoria da parte del giudice Robert Owen, che a maggio dell’anno seguente stabilì che in una normale inchiesta non avrebbero potuto essere accolte prove che dimostrassero l’eventuale coinvolgimento della Russia. In quell’occasione Owen suggerì l’opportunità di un’inchiesta pubblica, ipotesi formalmente respinta dal governo britannico a luglio del 2013.
In una lettera in risposta a Owen, il ministro dell’Interno Theresa May scrisse:
È vero che le relazioni internazionali [tra Russia e Regno Unito] sono state un fattore nelle decisioni prese dal governo. Un’inchiesta gestita e condotta da un ufficiale giudiziario indipendente sarebbe più facilmente spiegabile ai nostri partner stranieri, e in questo modo l’integrità del processo sarebbe più facilmente ottenibile, più di quanto altrimenti avverrebbe con un’inchiesta pubblica costituita dal governo, presieduta da un giudice incaricato dal governo, che avrebbe facoltà di avere accesso a materiale riservato potenzialmente rilevante per gli interessi dei partner stranieri.

Il tribunale di Londra

A gennaio scorso, Marina Litvinenko ha sottoposto la questione all’Alta Corte di Londra (uno dei tribunali superiori del sistema giudiziario inglese, tra quelli con giurisdizione di primo e secondo grado): il mese successivo l’Alta Corte ha stabilito che, date le circostanze e i materiali prodotti nella fase istruttoria, il ministero dell’Interno aveva sbagliato a escludere la possibilità di un’inchiesta pubblica.
In diversi ritengono che – al netto delle perplessità riguardo il tempismo dell’annuncio da parte del ministero dell’Interno – una parte rilevante dei meriti dell’apertura dell’inchiesta pubblica, annunciata martedì scorso sia comunque da attribuire alla perseveranza della vedova Litvinenko. Molte delle spese processuali da lei affrontate per cercare di dimostrare le responsabilità delle autorità russe nella morte di suo marito sono state sostenute dall’amico di Litvinenko, Berezovskij.
Nei giorni scorsi il tribunale ha riconosciuto la responsabilità di Mosca nell’omicidio Litvinenko.