NUOVA EDIZIONE

Collana: Melting Pot
Formato: 13 × 20,5
Pagine: 148

Prima edizione: 1993
Seconda edizione: 2000

Terza edizione: 2019
ISBN: 88-6086-138-2
Prezzo: € 12,00

Traduzione: Teresa Palazzolo

Lingua originale: Francese

Uno strumento interculturale

“Un bambino nero” può collocarsi a buon diritto fra quegli strumenti interculturali che, come qualunque “intermedio”, hanno il compito creativo e difficile di condensare al proprio interno gli estremi, le parti.

… Uno strumento didattico, perché attraverso una delle forme letterarie per eccellenza, il romanzo, illustra con un linguaggio fortemente immaginifico un mondo diverso, quale potrebbe apparire agli occhi di un europeo la Guinea Conakry.
Si tratta di un romanzo autobiografico, pieno di aneddoti ed episodi, fortemente personalizzato, come vuole molta della narrativa africana.

Il libro tende a promuovere la riflessione sulle difficoltà, per i ragazzi africani, di costruirsi una nuova identità.

La scuola
Gli anziani burkinabe’ dicono che, attraverso la scuola, i giovani sono già “yaaba”, dei vecchi saggi, ma affermano anche che “è venuto il tempo dei bianchi”, vale a dire è venuto il momento in cui ognuno fa come gli pare e non sono più rispettate le autorità tradizionali.

La scuola è forse lo strumento principale di diversificazione tra società comunitarie tradizionali società tecnologiche, come direbbe Le Than Khoi -pedagogista comparatista di fama internazionale. Nelle prime l’educazione è innanzi tutto un addestramento non verbale ad un contegno, un comportamento, un’attività. Si guarda e poi si imita, si ascolta senza domandare, si cresce padroneggiando la paura di elementi naturali potenti e incontrollabili.
Nelle seconde, invece, c’è una dinamica di insegnamento/apprendimento che passa comunque attraverso il veicolo verbale. Segno di un’intelligenza sveglia è la domanda, non la dimostrazione di un’abilità appresa, di un’autonomia personale fortemente sviluppata.
L’obiettivo ultimo è, evidentemente, diverso: nelle società comunitarie il fine è di condividere una serie di conoscenze partecipate e sentite come valide dall’entourage familiare, clanico, di villaggio. Nelle società di tipo tecnologizzato il sapere è eminentemente informativo e non ha limiti imposti dall’etica (o almeno sono discutibili).

Riti e simboli
Invece proprio i “riti di passaggio”, a ben guardare, fungono da trait d’union in un conflitto che si trasforma anche in un dialogo. Tali riti, come già chiarì bene Frazer, nel suo Ramo d’oro, stanno a contrassegnare una serie di atti che simbolizzano il passaggio della pubertà. Servono a simulare la morte e la resurrezione del ragazzo e rappresentano uno scambio di vita o di anima tra l’uomo e il suo totem.
L’ansia della crescita, il passaggio alla maturità sessuale e sociale permea l’età dell’adolescenza può, senza azzardare pretese più alte, essere annoverato, pur con modalità differenti, fra gli “universali”, quelle sequenze o fasi di apprendimento presenti presso ogni popolo.
È solo di qualche tempo fa la notizia del ritrovamento di tre ragazzi persisi tra i canaloni boscosi del Trentino: prove di sopravvivenza? Sfida agli elementi? È forse imparagonabile alle prove iniziatiche di resistenza alla paura per la vicinanza di un leone?
Talvolta sembra che, pur venendo meno la ritualizzazione dell’evento, permanga invariata la tensione di crescita.
Questa tensione è poi seguita dalla scelta della propria dimensione adulta e dunque dal lasciare dolorosamente cadere qualcosa per assumere qualcos’altro. Questo nel testo avviene soprattutto in relazione al tema del lavoro.

Tradizione e mestieri

Proprio nel momento dell’iniziazione, quando la seconda moglie del padre di Laye esibisce penna quaderno, gli strumenti della professione futura, egli non sente piacere nel vedere riconosciuto il proprio desiderio di studiare e avverte disagio per il fatto che venga così sancita la separazione dal padre, dallo zio, dal nonno, fabbri e agricoltori.
Come il nostro autore avverte, è soltanto un gesto di riconoscimento dell’aspirazione ad un’occupazione ritenuta superiore. Ma si potrebbe anche sostenere che non si tratta tanto di elevazione sociale, dal momento che i fabbri, soprattutto in Africa occidentale, godono di autorità, sono chiamati “salvatori della patria”, costituiscono una casta endogamica o al massimo possono sposare altri “specialisti” come i ceramisti.

Le donne
Fa da contrappunto la coralità femminile, che nel testo sembra portatrice dei valori più tradizionali soprattutto di un’affettività che crea legami colmi di tenerezza ma anche vincolanti. È attraverso le carezze e gli abbracci della nonna, le proteste della madre, i giochi delle zie, che Laye riconosce la sua parte più fragile e desiderosa di rapporti affettivi, mentre le sua personalità sembra piuttosto crescere in senso intellettuale.

Emerge con chiarezza, nel corso della lettura del romanzo, che l’immagine stereotipica della donna africana o di religione islamica, trasmessaci dalla cultura occidentale, non corrisponde al ruolo reale da lei esercitato. La sua autorità è sicuramente più legata al contesto familiare che a quello di esercizio di un potere sociale, ma è reale e si espleta particolarmente nell’ambito dell’educazione dei figli.

Paola Berbeglia pedagogista

Leggi un interessante abstract di due fasi salienti del libro.