Collana: Melting Pot

Formato: 13 × 20,5
Pagine: 160
Prima edizione: 1998
ISBN: 88-86051-56-5
Prezzo: € 9,30
Lingua originale: italiano

La mia cultura profonda è segnata dalla lingua Guarany, lingua dei miei antenati indigeni, che non ha la Z nel suo alfabeto e la S quasi non esiste e nemmeno le doppie. La mia cultura profonda è prevalsa su quella formale. Ho molta difficoltà a parlare di me stesso, in quanto scrittore, perché non mi sento tale. Io sono un raccontatore di storie da focolare, un narratore che raccoglie tutta la tradizione della lingua orale Guarany, e cerca di trasmetterla per iscritto. Non esiste più la tradizione di raccontare storie vicino al focolare, come succedeva a me da piccolo, con i miei genitori, gli zii, i nonni e gli anziani del villaggio. Era proprio un rituale.

Una cultura profonda quella della mia origine, che mi permette di filtrare senza nessuna paura, altre culture. Mi sento molto forte della mia cultura di origine, e le altre non possono che arricchirmi perché non viene a togliere, ma ad aggiungere qualcosa. Chi ha paura della cultura altrui è quello che non ha la propria.

Da un villaggio della sottoforesta amazzonica, dove sono nato, mi sono trasferito ad una cittadina dove c’erano le scuole. La lingua quotidiana, sociale era il Guarany e solo a scuola si parlava lo spagnolo. Il Guarany è una lingua onomatopeica, riproduce i suoni della natura.

A diciotto anni, per ragioni politiche, vengo catapultato a Buenos Aires, la grande metropoli, la più grande città europea che esista in America Latina. Una città sospesa sul mare, come la descrive bene Cortázar nel suo straordinario racconto Il viaggio. Allora, vengo catapultato in questa grandissima città, con telefoni, ascensori ed io ero del tutto spaesato, provenendo io da una cultura vitale così diversa, nata dal contatto diretto con la natura e soprattutto le persone. Dove la mia umanità cresceva come vuole la natura dell’essere umano, nella socialità, nella comunità.

Ho realizzato una sintesi culturale, non una simbiosi. Tutto quello che credevo di portare di buono lo univo a quello che valeva la pena prendere dalla cultura commerciale, dell’affare e della compravendita di merci nel porto di Buenos Aires. Io però pensavo in Guarany e traducevo immediatamente in spagnolo, automaticamente.

Quando arrivo in Italia, pensare in Guarany non era più possibile, perché il salto culturale era enorme. Perché mi mancava il corrispondente del quotidiano che vivevo qua. Non esisteva più una denominazione Guarany nella lingua di una nazione fortemente industrializzata. È stato un processo dolorosissimo! Ho dovuto imparare a pensare in italiano a trentasette anni. Quindi dovevo imparare una nuova lingua per trasmettere quello che io avevo da trasmettere, ossia la mia cultura in contrapposizione a quella che mi si voleva imporre per forza.

Io venivo da un paese soffocato da una dittatura, non sapevo neanche che cosa volesse dire respirare, e lo abbiamo imparato da soli. Siamo stati sconfitti mille volte ma ciò non significa nulla. Siamo noi che abbiamo fallito, non che il nostro progetto non fosse stato valido. Una delle mie frasi preferite è proprio “so di perdite ma non di sconfitte”, non mi sono mai arreso, nonostante abbia perso tante battaglie. Per la mia propria incapacità, perché non ero sufficientemente preparato per affrontare una certa situazione.

Anche a me non andava di andare a morire, ma quando combattevo dovevo farlo e basta. Non esisteva dire oggi non mi va di farmi ammazzare, in nessun momento. Non c’entra il coraggio. Erano decisioni prese e la gente si aspettava che tu rendessi onore agli impegni presi, era una questione d’onore. Quando mi torturavano, e volevano che facessi dei nomi, e cercavano di convincermi in tutti i modi, dicendomi anche che non lo avrebbe saputo nessuno, a me non importava, perché io lo avrei saputo! E invece qui, “Oggi non vengo, non mi va”. Ma che filosofia di vita è questa? Che fai le cose se ti va o no?

Tornando alla letteratura della migrazione. Per me si tratta di una rivoluzione fatta dagli scrittori migranti negli anni Novanta, contro il sopruso culturale dei posti dove arrivavano. E’ il secondo passo di quella lotta che io portavo avanti, da solo, dagli anni Ottanta. Io sono venuto qua a confrontarmi.

Passaggio nel vento

…e molto presto ritorneranno i venti,

gli alberi spogli,

i giardini spazzati in piena fioritura,

il seminato perso

in prevedibili piogge

di parole…

Dopo, uno,

resterà solo uno nel paesaggio,

ormai

il fiume scorre

accanto.

Il Presidente del Paraguay Cartes, con Pepe Mujica

PRESENTAZIONE

L’abbiamo incontrato quasi per caso. Allo stand di una ‘fiera del libro’ qualcuno ci ha parlato del rifugiato politico che andava scrivendo un romanzo affascinante sulla sua giovinezza in Paraguay. Poi si è presentato lui, Egidio Molinas Leiva, con il suo fascicolo di fogli battuti a macchina e il suo conversare ricco di immagini e di colori, controllato dalla severa autodisciplina di chi ha voluto e saputo restare radicato nel suo mondo: dove il singolo è forte di una identità sociale che lo rende responsabile verso la sua gente.
E siamo diventati anche noi suoi compagni di viaggio nell’avventura di trasmettere ad ‘altri’ (noi stessi, i lettori italiani, quelli di altri paesi se possibile) un’esperienza che ci aiuta a conoscere non solo la storia di un ragazzo e dei suoi compagni, ma anche del Paraguay e, per estensione, di uno dei volti del sud del mondo.

La notte del Yacaré (pronuncia: giacarè) è la notte del “caimano”, metafora, nella lingua guaranì, degli incontri segreti e furtivi d’amore. Nel romanzo diventa il segno della maturazione del ragazzo che si fa uomo, sperimentando l’amore segreto, la violenza, la tortura. Amore e lotta insieme, perché l’autore intende suggerire il fluire dell’esistenza nella gioia nel dolore, nella sua pienezza, anche là dove l’impegno politico sembra chiudere gli uomini nel ruolo di militanti.
Tre ampi ……impegno politico sembra chiudere gli uomini nel ruolo di militanti.
Tre ampi capitoli, tre tappe di un itinerario della memoria alla riscoperta della propria storia e identità. I testi poetici che scandiscono i passaggi confermano il senso di questo ritorno al passato con la meditazione del carcerato, ormai adulto, che lotta a Sierra Chica per salvare sé stesso e insieme percorre un suo viaggio interiore verso una ricerca di pace. Questa frantumazione del percorso temporale suggerisce una interpretazione del vissuto già nella struttura del testo: il narratore ricostruisce “a ritroso” il passaggio dall’infanzia alla giovinezza, per cogliere nell’episodio conclusivo, nella iniziazione del ragazzino torturato, il nucleo di un impegno politico innestato nella trasmissione di valori di un potente e arcaico mondo patriarcale. E insieme, attraverso le poesie del carcere, ci suggerisce stati d’animo di un ‘tempo intermedio’ attraverso cui sono filtrate le memorie.
Nella intuizione del protagonista poco più che bambino, sostenuto dalla forza dei suoi ideali, dai modelli maschili della famiglia nella forte e tragica prova della tortura, si definisce in potenza tutta la futura militanza politica: “perché è nella memoria della stirpe che nessuno è mai morto, perché è, e sarà sempre vivo chi ha saputo trascendere la sua cronaca personale per confermarsi nella storia…”.

I percorsi dell’esilio sembrano aver pietrificato i ricordi della giovinezza di Egidio Molinas Leiva nel ruolo di radici mitiche dell’ ‘eroe’, il quale trae forza da quelle fonti energetiche per accettare i labirinti del ‘senza terra’, per non soffocare la propria identità. Di qui un’immersione nella cultura delle origini che raramente lascia trasparire l’uomo nuovo, nato dal lungo vagare per altri tempi ed altri paesi.
Eppure la lingua del racconto è la lingua del luogo in cui si è ancorato il suo esilio, la lingua italiana divenuta ……del ‘rifugio’ a Roma, la lingua in cui sostiene di tradurre dal ‘guaranì’ della sua infanzia e della sua memoria affettiva. Il testo si inserisce così autorevolmente in quella che Gnisci chiama ‘letteratura italiana della migrazione’. La scelta della nostra lingua acquista in questo caso un significato forte, non tanto di ‘adozione della lingua dell’ospite’ quanto di preferenza per una lingua ‘altra’ da quella materna, il guaranì, ma ‘altra’ anche rispetto alla amata-odiata lingua spagnola della conquista.
“Quando scrivo, traduco comunque dal guaranì”, sostiene l’autore, e di quella lingua e di quel mondo trasferisce nell’italiano ritmi, cadenze, forme che possono forse dispiacere a qualche ‘purista’ timoroso, mentre devono essere lette come apporti di vitalità creativa, frutto dell’incontro fra culture e lingue. (Per non addentrarci poi nel dibattito sulla lingua dello scrittore, sempre altra rispetto alla lingua codificata: “I bei libri sono scritti in una specie di lingua straniera”, sosteneva già il nostro – occidentale e indiscusso – Marcel Proust).

Egidio Molinas Leiva, rifugiato politico, muratore, ma anche medico e filosofo, è un ‘testimone scomodo’, che ci costringe a fare i conti con la realtà del villaggio globale, ridotto quasi sempre dal nord del mondo a generica informazione sulla grande terra, o peggio a esclusivo oggetto di dominio economico. Ascoltarlo, nella forza della sua scrittura densa di oralità, è un’avventura nel ‘melting pot’ della società intera e della nostra complessa storia personale.

Eleonora Forlani Morganti Giuseppe