Zlatan Ibrahimovic, le origini dello zingaro

Un capitolo dal libro di Ettore Bonato “Rincorrendo Brera”

Ti regalerò una rosa, Zlatan, una rosa con il profumo orientale, come i panini che mangiavi nell’infanzia a Ro­sengard. Mamma Jurka croata, e papà Sefik, bosniaco, la­voravano e ogni tanto guardavano il figlio giocare a calcio dalla finestra di casa, a Malmoe. Erano i primi immigrati jugoslavi dell’epoca titina, e si confondevano nelle strade con i turchi. Il piccolo Ibrahimovic ha iniziato a giocare al pallone per non morire, per non perdersi tra droga, malaf­fare e delinquenza. Si intuivano già le gesta del campione, il bambino era intelligente, imparava subito. Poi crebbe anche fisicamente e la classe innata fece di lui il grande campione che è ora. Sgomitava Zlatan, per farsi spazio nella squadretta del campetto di Rosengard, sobborgo di Malmoe, e l’erba del campo era di un verde che incantava, il colore della gio­ventù. Lo zingaro, (il gipsy) è cresciuto tra immigrati turchi, iugoslavi e rari svedesi, in un quartiere che conobbe in segui­to il dramma della ex Jugoslavia. Un quartiere multicultu­rale era Rosengard, non interculturale, infatti esisteva poca integrazione tra le razze. Vinceva chi era forte, resistente. Zlatan cercano adesso di abbatterlo in tutti i modi, tackle duri, raddoppi, forza fisica e scarpini vicino al viso. Lui se la ride, è cresciuto nei ghiacciati campetti di Malmoe, sa cosa vuol dire l’aggressività, propria e degli altri e ti risponde con la medesima foga. Picchia duro se non vuoi soccombere! Se­fik e Jurka si divisero dopo aver messo al mondo tre figli, due maschi e una femmina, e la famiglia di Zlatan si allargò in seguito, con altri fratelli. Il campione è sempre stato attac­cato alla famiglia, anche se, fin da ragazzo, voleva andarsene da Malmoe e vivere all’estero.

Rosengard in seguito conobbe la vera immigrazione, quella della sopravvivenza, e gli svedesi ancora adesso non ci sono più. Sono pochi.

La prima squadra di Zlatan fu il Balkan, poi il Malmoe, il resto è storia recente. Lo zingaro nato il 3 ottobre dell’81, giocò a pallone sognando Ronaldo dell’Inter, ma il paragone che gli si confà meglio è quello con Marco Van Basten, uno dei più grandi fenomeni del football, uno che ha vinto tutto; Zlatan vorrebbe imitarlo, anche se ha già vinto tanto, ma non gli basta mai.

Una telefonata ogni tanto alla famiglia, la reminiscenza che ti rapisce, come l’odore buonissimo dei kebab del quar­tiere, giusto per non dimenticare. Come le gambe e i visi se­gnati, ma non dal calcio, degli immigrati bosniaci, gente che ha visto la guerra interna, fratricida e terribile, quella della ex Jugoslavia. Mamma Jurka ricorda le giocate di suo figlio, quelle cannonate che spaccavano le finestre del quartiere. In Svezia i sobborghi sono degradati ma mai come quelli italiani, per esempio. Rosengard era nato come borgata at­torno agli anni sessanta nella Svezia in espansione, tra case alte e vicoli festosi. Fu la prima cittadina di immigrati turchi nel Paese svedese. Lì Zlatan era troppo irruente per andare

a scuola: la Svezia è un po’ come l’Inghilterra, con la sua flemma swedish, lui voleva di più; valeva la pena crescere tra i pestoni dei ragazzi turchi più grandi di lui per raggiungere il pallone e, se viene, la vittoria, nella vita e nel campo sporti­vo. Fu una scuola, terribile ma benedetta. Ibrahimovic entra cattivo, è un duro, ma provate voi a crescere tra i campetti di un verde che ammalia circondato da bionde bambine, stra­niere e fredde e ragazzi turchi che hanno gli occhi assassini. Alla gente di Rosengard, il quartiere della sua gioventù, Ibra ogni tanto lascia dei soldi, e immagino, quando si sente per­so nelle giornate nebbiose di Milano, evade nei vari bar tur­chi dove, serviti ai tavolini dei chioschi, preparano sandwich al kebab e felafel, come nel suo incantato borgo d’infanzia. Ti regalerò una rosa, Zlatan Ibrahimovic, per quello che eri e per quello che sarai.

Qui il link del libro

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