Gli orrori di Goli Otok

Goli Otok, uno scoglio riarso dal sole e dal vento nell’alto Adriatico, che i turisti distratti possono vedere navigando tra Arbe e la costa, ha ospitato uno dei più crudeli lager del secolo passato, aperto nel 1948 dopo la rottura tra Stalin e Tito. Un luogo di orrori, che ha segnato profondamente anche i figli di coloro che lo hanno subito. Un orrore che rimane nelle parole non dette, negli sguardi, negli atteggiamenti, ma soprattutto nella grande domanda che i figli dei prigionieri si pongono: perché i loro genitori non hanno rinnegato la loro scelta? Se avessero confessato anche crimini non commessi, sarebbero potuti tornare a casa, avrebbero potuto riabbracciare i propri cari, ricominciare una vita normale, una vita come prima. Perché hanno messo davanti a tutto i loro ideali? Perché hanno sacrificato i loro affetti? Perché?
Questa domanda è il filo rosso che unisce i capitoli di “L’isola di pietra” (Aiep Editore, 12 euro) di Vesna Stanic. L’autrice ripercorre la vicenda che ha segnato la vita sua e della sua famiglia mettendo ordine nei “ricordi” che, scrive, “si sovrappongono, sono mescolati alla rinfusa, come in un ripostiglio dimenticato”. E cerca di riordinarli perché “ci si può confondere tra gli episodi significativi e non, tra la tristezza per un piccione morto e il dolore per un padre scomparso”. Ne esce un quadro avvincente di un dramma visto con gli occhi di una bambina, alla quale hanno sottratto il padre, Milan, che è stato uno dei 16 mila che finirono al Goli Otok dove subirono le più sadiche sevizie; 446 non tornarono, secondo i dati di una attenta ricerca svolta dall’associazione croata degli ex deportati “Ante Zemljar”.Milan Stanic era un funzionario importante del partito, il primo direttore di Radio Zagabria nel ’46, ma era un idealista, uno al quale davano fastidio anche i privilegi di cui i dirigenti godevano, uno che condivideva con i vicini i pacchi-dono che arrivavano dall’estero per la Jugoslavia distrutta, con disappunto della moglie Franciska che aveva bisogno di olio e farina e implorava il marito di procurarglieli. Lei veniva da una famiglia borghese, il padre, di origini italiane, aveva una falegnameria molto ben avviata che era stata nazionalizzata, gli era rimasta la casa dove Franciska e la figlia andarono a vivere dopo la deportazione di Milan. Una convivenza difficile perché il padre non mancava di ricordare alla figlia “che cosa aveva portato il comunismo”. E Franciska, ricorda Vesna, rivolge “tutto il suo risentimento, per la vita infelice nella quale mio padre l’aveva trascinata, verso lui stesso”.Dopo una breve detenzione alla centrale di polizia di Zagabria, dove Vesna e sua madre riescono ad avere un brevissimo incontro con lui, Milan viene mandato al Goli Otok perché rifiuta di confessarsi cominformista (com’erano definiti coloro che aderivano a Mosca).
Rivendica la sua coerenza politica, la sua morale che pagherà cara. Quando al ritorno dall’Isola Calva la bambina gli chiede: “Papà chi sei?”. Lui risponde: “Sono un comunista, che si batte perché tutti i suoi simili possano stare bene”. Una morale che gli è costata quattro anni di torture inumane perché una mente perversa e raffinata aveva ideato un sistema nel quale gli stessi detenuti erano gli aguzzini e le spie dei loro compagni di sventura. L’inventore di Goli Otok fu Edvard Kardelj, braccio destro di Tito e ideologo del partito, come spiega Giacomo Scotti nel suo documentatissimo libro “Goli Otok”, pubblicato a Trieste nel ’91. Sin dallo sbarco sull’isola i prigionieri venivano fatti passare tra due file di detenuti che li picchiavano, sputavano loro addosso e li insultavano. I guardiani controllavano che i disgraziati facessero il loro dovere, altrimenti ne subivano le conseguenze. E così era anche nelle baracche dove i detenuti dovevano riferire tutto quanto veniva detto dai loro compagni. Il tutto inasprito da lavori inutili come portare massi pesanti da una parte all’altra dell’isola, o fare da ombra alle piantine per proteggerle d’estate dai torridi raggi di sole, per ore ed ore, fermi impalati. Poco o niente da mangiare. “Era peggio di Auschwitz, perché li sapevi chi era il nemico, qui no”, afferma Eva Panic Nahir, sopravvissuta ai gulag di Tito e protagonista di “La vita gioca con me” l’ultimo lavoro di David Grossman, uscito lo scorso anno, che presenta analogie impressionanti con il libro di Vesna Stanic. Milan torna senza confessare nulla. Ma il suo cuore è malato e morirà ben presto. Come tutti i prigionieri usciti vivi dall’inferno deve firmare un impegno a non parlare mai di Goli Otok. E così rimarrà sepolto per anni il male fatto su quello scoglio selvaggio. Scotti sarà il primo a svelarlo raccontando degli italiani torturati, tra i quali i monfalconesi andati a costruire il socialismo. Poi al crollo della Federativa le testimonianze si moltiplicheranno.Oggi si vuol fare di Goli Otok un centro vacanze, con spa e resort. Per favore no. Per rispetto a tanto dolore. (Articolo di Pierluigi Sabatti pubblicato su Il Piccolo di Trieste)