SULLA LUNA – L’avvincente racconto del primo passo di Neil

Mare della Tranquillità – ore 109:07:00 dal decollo 

Il portello s’aprì su una landa grigia e desolata, bellissima e aliena. Il suo fascino imprigionava l’anima e il cuore in una stretta morsa. Neil guardò, quasi rapito, ma consapevole dell’importanza del momento. “Ci siamo!” pensò, e mentalmente ripassò tutte le azioni provate e riprovate nelle simulazioni a terra. Per un attimo, come un lampo, pensò a coloro che in anni di ricerche avevano lavorato per raggiungere questa meta, a tutti quei pionieri che tanto avevano sacrificato per dimostrare l’esattezza delle proprie visioni. Alle minuscole figure in tuta spaziale disegnate da Tsiolkovski cento anni prima, alla caparbia ostinazione di Goddard, ai precisi calcoli di Oberth. Pensò ai sovietici, onorevoli avversari nella corsa alla luna, non con senso di rivalsa, ma con gratitudine; in fondo, senza la loro sfida gli Stati Uniti non si sarebbero trovati lì, almeno non così presto e, quasi inconsapevolmente si ritrovò a ringraziare un aspetto della Guerra Fredda.

Alle sue spalle Buzz gli diede un colpetto, il pensiero svanì velocemente com’era arrivato. Doveva uscire dalla cabina, che ora era doppiamente stretta e congestionata dalle voluminose tute che indossavano. Non poteva sentire gli ostacoli che si frapponevano fra lui e l’esterno andando a ritroso verso la piattaforma mentre Aldrin lo aiutava a muoversi. Al Centro di Controllo a Houston, tutti erano tesi mentre le voci della diretta s’irradiavano via radio e televisione in tutto il mondo.

Houston si rivolse agli ascoltatori: «Il portello del LM è aperto.». Le voci degli astronauti giungevano gracchianti dalla Luna attraverso gli altoparlanti. Aldrin: «Pronti per scendere e per prendere alcune… (disturbi).». Armstrong: «Il mio indicatore è giù? Ok ora siamo pronti ad agganciare la carrucola qui.». Aldrin: «Ora che stai per scendere … (rumori), metti il sacco così, così va bene. Neil, ti sei agganciato?». Armstrong: «Si, ok ora dobbiamo agganciare questo.». Aldrin: «Lascialo su.». Armstrong: «Si.». Aldrin: «Ok per la tua visiera. Hai la schiena contro il… (disturbi). Bene, ora è sopra il quadro dei comandi. Avanti e in su, ora vai bene, verso di me, dritto giù. Ora, rilassati un poco.». Armstrong: «Ok… (rumori).». Aldrin: «Neil, sei allineato bene. Vieni un po’ verso di me. Ok sei passato. Sei proprio sulla piattaforma. Metti il piede sinistro un po’ più a destra. Ok va bene. Ruota a sinistra. Ruota un po’ a destra. Ora sei a posto.». Armstrong: «Va bene?». Aldrin: «Va bene. Hai molto spazio per il piede sinistro che è ancora vicino all’altro.» Armstrong: «Come vado?» Aldrin: «Vai molto bene. Ora vuoi quei sacchi?». Armstrong: «Si, li ho presi. Ok, Houston, sono sulla veranda». McCandless: (Capcom a Houston) «Va bene, Neil.». Aldrin: «Resta un momento dove ti trovi, Neil.». Armstrong: «Ok.». Aldrin: «Ho bisogno di un po’ di riposo.». Commentatore: «Neil Armstrong è la 109 ora, 19 minuti, 16 secondi.». Armstrong: «Ti occorre ancora riposo Buzz?». Aldrin: «No, solo un momento.». Armstrong: «Ok.». Commentatore: «Finora sono stati consumati venticinque minuti d’ossigeno.». Aldrin: «Tutto e bello e pieno di sole qui.». Armstrong: «Ok puoi aprire un po’ di più il portello?». Aldrin: «Va…(rumori). Hai tirato fuori la telecamera?». Armstrong: «Sto tirandola fuori. Houston, la telecamera e scesa bene.». McCandless: «Qui Houston. Va bene, ti registriamo e aspettiamo la vostra trasmissione TV.». Armstrong: «Houston, qui è Neil… controllo radio.». McCandless: «Neil, qui e Houston. Sei forte e chiaro. Spegni. Buzz, qui Houston… controllo radio, e verifica che l’interruttore del circuito TV sia inserito.». Aldrin: «Va bene, l’interruttore del circuito TV è inserito.». McCandless: «Gente, abbiamo un’immagine sulla TV.». Aldrin: «Avete una buona immagine?». McCandless: «E’ molto contrastata ora, ed è capovolta, ma possiamo vedere molti dettagli.». Aldrin: «Ok, verificate la posizione e il diaframma della telecamera.». McCandless: «Aspetta. Ok Neil, possiamo vederti scendere dalla scaletta.».

Neil guardò giù, e col cuore in gola si girò e iniziò a scendere la scaletta a ritroso, un passo dopo l’altro, gradino dopo gradino. Davanti ai televisori di tutto il mondo, l’umanità intera tratteneva il respiro. Al centro di controllo a terra, mentre la tensione saliva, l’atmosfera si faceva densa come la melassa e pesante come il piombo. Era giunto il momento decisivo. Ancora pochi istanti e gli sforzi di migliaia di uomini, in nove anni di voli spaziali, sarebbero arrivati al loro epilogo. Finalmente l’agognata meta finale era di fronte a loro. Un balzo e Neil si ritrovò sul piatto interno, largo novanta centimetri, che costituiva il piede del Modulo Lunare (LM). Notò che il suo salto aveva piegato l‘ultimo gradino. La scaletta d’alluminio era stata calcolata per sostenere appena il peso di un uomo in tuta spaziale, ma solo sulla Luna ad un sesto della gravità terrestre. Si rassicurò. L’imprevisto non avrebbe messo a repentaglio la missione. “Ad ogni modo forse è meglio se provo a risalire subito” pensò. «Ci vuole un discreto saltello per tornare su» disse Armstrong: «Provo a risalire. Ok. Ho appena provato. Sono tornato indietro dopo il primo gradino Buzz, non s’è nemmeno piegato molto, ma è sufficiente per tornare su.» McCandless: «Va bene, ti registriamo.». Armstrong: «Occorre un piccolo saltino.». McCandless: «Buzz, qui Houston. Diaframma F2 e un sessantesimo di secondo per fotografie all’ombra con la cinepresa.». Aldrin: «Ok.».

Tenendosi saldamente si guardò intorno. Solo pochi centimetri lo separavano dal suolo lunare. Avvolto nei quindici strati della sua tuta spaziale avvertiva un’atmosfera surreale, mentre il suo cuore batteva velocemente. Seguirono attimi di silenzio, poi iniziò a descrivere ciò che vedeva. «Sono ai piedi della scaletta.». Disse «I piedi (del LM) sono affondati nella superficie soltanto di quattro o cinque centimetri, benché all’aspetto sembri quasi come una polvere. Qua e la è molto fine. Sto per scendere.». Il momento era arrivato, non poteva e non voleva tirarsi indietro e senza rendersene conto trattenne il respiro. La televisione funzionava trasmettendo al Controllo Missione e a una parte dell’umanità lo spettacolo dello storico evento. Era un’immagine confusa, sospesa fra la fine di un capitolo della storia umana e l’inizio di un altro.

Armstrong posò il piede sinistro sulla polverosa superficie. Era stranamente solida. Di quello storico momento in seguito avrebbe detto: «… non ricordo di aver provato sensazioni o emozioni particolari a parte una certa cautela, il desiderio di non correre rischi al momento di portare il mio peso su quello spazio oltre la base del Modulo Lunare.». Gli altoparlanti del Controllo Missione amplificarono la sua voce: «E’ un piccolo passo per l’uomo… un balzo da gigante per l’umanità.».

Cosa provò in quel momento Armstrong, non lo ha mai confessato, almeno apertamente. Forse noi, semplici ma fortunati testimoni, lontani 380.000 km da quell’evento, ci siamo fatti troppe idee sul fremito reale che può aver provato mentre il suo scarpone imprimeva la prima impronta di un uomo del pianeta Terra su di un altro corpo celeste. Forse Armstrong provò la stessa sensazione che Cristoforo Colombo ebbe quando sbarcando a San Salvador scoprì, inconsapevolmente, un nuovo continente. Nemmeno Colombo però ha mai confessato le sue vere sensazioni, quelle più intime, quelle che trasformano un pioniere, un esploratore o un ardito avventuriero in un semplice uomo, nella misticità di momenti storici singolari.

In Italia erano le 4:57:31 del 21 luglio 1969, a Houston e in tutto il mondo si scatenò l’entusiasmo, il sogno più antico dell’umanità s’era avverato.

 

Con questo taglio narrativo, Stefano Cavina racconta in “Apollo, la sfida alla Luna” la più grande impresa dell’umanità nel XX secolo.

 


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