Il linguaggio dimenticato

Il linguaggio dimenticato di Camilla Camplani

Un viaggio fra vizi capitali e virtù teologali alla ricerca del linguaggio delle origini

Parlare di iniziazione suscita di frequente diffidenza, sospetti, perplessità, turbamento a volte, altre fascinazione, ma mai indifferenza. Nondimeno la letteratura di ogni tempo, occidentale e non, è ricchissima di testi che possono essere definiti «iniziatici»: favole, romanzi, carmi, novelle e poemi nascondono spesso significati che trascendono il semplice contenuto letterale e celano concetti nascosti.

Anticamente non c’era separazione tra cielo e terra, mondo interiore e mondo esteriore, e il simbolo era lo strumento privilegiato tramite cui Dio poteva comunicare con l’uomo, a tutti chiaro e comprensibile. Smarrendo l’interesse per la trascendenza, l’uomo ha progressivamente perduto la capacità di decifrare il significato nascosto dietro al velo dell’apparenza, precludendosi il contatto intimo con la Natura, con la dimensione spirituale e quindi con Dio.

Un linguaggio dimenticato, ma non perduto, lasciatoci in eredità dagli scritti dottrinali di lingua latina e greca, dai romanzi cavallereschi e di formazione, dalle opere dei Fedeli d’Amore, in primis Dante e la sua Commedia; ancora di più, trasmessoci dalla Tradizione attraverso gli insegnamenti di chi possiede l’esperienza, la capacità e l’autorità per farlo.