Si levano forti le proteste per le sei condanne a morte eseguite in Indonesia nel carcere di sicurezza di Nusakambangan. Si tratta di cinque stranieri e una donna indonesiana condannati circa dieci anni fa per traffico di stupefacenti. Il Presidente del Brasile, Sig.ra Dilma Rousseff ha dichiarato di essere «indignata e sgomenta», aggiungendo che l’esecuzione del brasiliano Marco Moreira (53 anni, arrestato nel 2003 con addosso 13 chili di cocaina) ha «colpito le relazioni tra i due Paesi». Proteste sono pervenute anche da parte delle autorità olandesi, che mantengono con l’Indonesia stretti legami intessuti nel corso dell’epoca coloniale.

Il carcere in cui erano detenuti cinque dei sei giustiziati è lo stesso che dal 1925 viene utilizzato per rinchiudere condannati per reati condizionanti l’opinione pubblica. Anche le sei esecuzioni avvengono proprio in una fase in cui il Presidente Indonesiano ha la necessità di dimostrare pugno di ferro a una popolazione che si appresta al rinnovo degli organi istituzionali.

Paradossale risulta che proprio una frase famosa sul rapporto fra vita e coraggio scritta da Pramoedya Ananta Toer, il narratore indonesiano più famoso e critico con i regimi dittatoriali che hanno insaguinato le isole dell’arcipelago, anche lui rinchiuso per lungo tempo a Nusakambangan durante il regime di Suharto, è stata utilizzata il 15 gennaio scorso dal Presidente indonesiano, Jokowi, per indicare il corso della propria politica.

 

Promoedya Ananta Toer: nota biografica

Pramoedya Ananta Toer è figlio di un insegnante nazionalista e di una matriarca giavanese, si avvicinò al giornalismo durante l’occupazione giapponese e, da indipendentista, tra il ’47 e il ’49 conobbe il carcere degli olandesi. Di nuovo, finì dietro le sbarre tra il ’60 e il ’61. Quando, nel 1965, un colpo di Stato anticomunista rovesciò Sukarno e portò al potere Suharto, Pramoedya – come quasi tutti i simpatizzanti di sinistra sopravvissuti ai pogrom – cominciò un tour di 14 anni nei gulag tropicali, viaggio che culminò nel lungo soggiorno sull’isola di Buru. Qui, senza poter scrivere, a voce raccontava ai compagni le sue storie, che solo dopo divennero pagine. Ne uscì nel 1979, restò agli arresti domiciliari fino al 1992 e fu veramente libero solo con la caduta di Suharto, nel 1998. Semisordo per le botte ricevute, malato (non scriveva dal 2000), fino all’ultimo restò fermo sulle sue certezze: dalle sigarette al chiodo di garofano all’idea che «l’anticomunismo ha ucciso la democrazia in Asia» e che, dopo Sukarno, son venuti «solo clown». È stato tradotto in una quarantina di lingue. Il Saggiatore ha avviato la pubblicazione della tetralogia ma l’ha interrotta nel 2000 dopo il secondo volume. Aiep Editore ha pubblica lo straordinario racconto “Il fuggitivo”, ambientato nel periodo della resistenza degli indonesiani all’occupazione giapponese.