Lo straniero è lo specchio di chi lo accoglie

Nato a Diol Kadd nel 1968, Mandiaye N’Diaye ci ha lasciati nel pomeriggio del giorno 8 giugno. Si trovava in Senegal, dove lavorava coi suoi ragazzi allo spettacolo Opera Lamb che doveva debuttare a Ravenna, e che il 23 del mese verrà comunque rappresentato, ora anche per ricordare la mite e magica figura di questo teatrante visionario e riflessivo. Mandiaye non era nato griot (i cantastorie tradizionali presenti in alcuni paesi dell’Africa Occidentale), non aveva acquisito dal padre l’arte di intrecciare canto, danza e narrazione. D’altra parte, non è certo per caso se, proprio lui, emigrato in Italia alla fine degli anni Ottanta, e aggregato, nel 1989, al Teatro delle Albe, che cercava attori senegalesi per lo spettacolo Ruh. Romagna più Africa uguale, si è stabilmente radicato in questa compagnia, divenendo un vero e proprio alter ego teatrale, non tanto del regista Marco Martinelli, quanto dell’intero ensemble. Se Ermanna Montanari si riappropriava della lingua materna di Campiano e dell’arcaico immaginario contadino, Mandiaye recuperava le tappe iniziatiche e i culti animisti della vita wolof. Mentre Luigi Dadina lavorava sui repertori del fulêr romagnolo, Mandiaye, in parallelo, rigenerava le tradizionali abilità dei griots senegalesi filtrandole attraverso i ricordi vivi della nonna, abile narratrice, e, per lui, essenziale modello di una narratività istintiva, originale e intima. Poi, fondata a Diol Kadd, insieme ad alcuni giovani del villaggio e con la collaborazione del sociologo Claudio Cernesi, l’associazione Takku Ligey (“darsi da fare insieme”), Madiaye ha trapiantato nella propria terra l’essenziale nucleo “civile” dell’esperienza delle Albe, combinando identità personale e lavoro scenico, comunità e collettività teatrale.

 

 

Fra il 2001 e il 2002, Mandiaye collabora con l’associazione senegalese Man Keneenki, contribuendo ad intrecciare il destino dei ragazzi di strada di Dakar con quelli di artisti teatrali e circensi. Poco dopo, nella primavera del 2003, inizia a scrivere, seguendo l’esempio di Martinelli, una commedia in lingua wolof ispirata al Pluto di Aristofane: Il gioco delle ricchezza e della povertà. Narratore, drammaturgo, organizzatore e attore (indimenticabile la sorniona crudeltà infantile del suo Pêdar Ubu ne I Polacchi di Martinelli), Mandiaye si serve, con innata immediatezza, dei raffinati strumenti della teatralità occidentale – dalla riscrittura dei classici alla mescolanza dei generi e delle pratiche – per esplorare, smuovere, riattivare e salvare gli spessori mnemonici e orali della cultura africana. Per lui – e anche grazie a lui – il teatro diviene strumento d’una trasformazione consapevole e sincretica dell’antica identità animista, che, attraverso la pratica collettiva della scena e la rivisitazione dei propri miti, può cambiarsi e rinnovare lo sguardo sul mondo, pur curando l’incommensurabile patrimonio umano accumulato dalle generazioni passate. Indubbiamente, l’incontro con le Albe ha mutato la vicenda di Mandiaye, che ha realizzato con questa formazione spettacoli entrati nella storia dell’innovazione teatrale: la ripresa di Ruh. Romagna più Africa uguale, Siamo asini o pedanti?, Lunga vita all’albero, Le due calebasse (una narrazione che vedeva Mandiaye solo in scena), Nessuno può coprire l’ombra, I Refrattari, I ventidue infortuni di Mor Arlecchino,Griot Fulêr (con Mandiaye e Luigi Dadina), Sogno di una notte di mezza estate, All’inferno!, I Polacchi, Ubu buur… Tuttavia, non minore è stato l’effetto di Mandiaye sulle Albe, che assieme a lui hanno attraversato, in un percorso che sembra fiaba, le corrispondenze fra i sogni, gli incantesimi e i pensieri degli uomini all’alba del mondo. Il teatro di Mandiaye e quello delle Albe, grazie a Mandiaye, testimoniano ognuno, sia in sé che riflesso nell’altro, un meraviglioso incontro tra culture apparentemente diverse ma, nei loro substrati, simili e speculari. D’altra parte, proprio questo processo era una possibilità già iscritta nella sapienza antica. Ha scritto Mandiaye: «La teranga, l’ospitalità senegalese, ha alla base l’idea che attraverso l’ospite si possa conoscere se stessi, perché lo straniero è lo specchio di chi lo accoglie». (Gerardo Guccini)