Tierno Monénembo

“Sono una specie di ragazzo perduto che si aggrappa alla letteratura”, allo scrittore Tierno Monénembo piace definirsi così.
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Nato in Guinea, ma trapiantato da anni in Francia, anche lui appartiene a quella famiglia di autori per i quali la sopravvivenza passa per la scrittura. Il 10 novembre la giuria del concorso francese Renaudot 2008 ha scelto il suo libro Le roi du Kahel per il primo premio. Questo premio è il coronamento di un libro, ma anche di uno scrittore che ha costituito, in circa 30 anni, un’opera eccezionale, che accompagna il bene e il male del suo continente di origine nel quale non ha mai cessare di abitare.

Thierno Saidou Diallo, il suo vero nome, è nato nel 1947 a Porédaka, nel Fouta-Djalon, una regione abitata dai Peuls guineani. Allevato da sua nonna (nénembo in lingua peul) da cui farà derivare il suo nome d’arte – e moné significa nipotino – il futuro scrittore cresce nella Guinea coloniale, poi in quella di Sékou Touré, di nefasta memoria, che abbandonò a 22 anni, come hanno fatto 3 milioni di guineani minacciati dagli sbirri di una delle più sanguinarie dittature contemporanee africane. E come altri scrittori, che divennero famosi all’estero: Camara Laye, Djibril Tamsir Niane, Alioum Fantouré, Saidou Bokoum… una generazione di intellettuali sacrificati e condannati all’esilio e alla precarietà.

Dopo essere vissuto in Senegal e in Costa d’Avorio, Monénembo arriva in Francia nel 1973. Si iscrive all’università per studiare biochimica. Per pagarsi gli studi si mette a fare piccoli lavoretti, come spazzare un supermercato di Lione. Durante il riposo, prende appunti in un quaderno che diventerà più tardi un romanzo, il suo primo: Les Crapauds-brousse. Alla fine presenta la sua tesi in biochimica. Naturalizzato francese, diventa assistente alla facoltà di medicina di Saint-Etienne. Nel 1979, nel quadro della cooperazione, va ad insegnare in Algeria e poi in Marocco. Ritornato in Francia, trova un posto all’università di Caen in Normandia.

Nel corso del suo periodo di formazione, lo scrittore pensa che le disarmonie della storia possano essere regolate con i pugni. Fervente maoista degli anni 1970, Monénembo ha militato a lungo in seno a movimenti di sinistra, come la Federazione degli Studenti dell’Africa Nera in Francia (FEANF). Ma di fronte al fallimento dei movimenti popolari, che hanno tradito i loro ideali di libertà, uguaglianza e fraternità nel terzo mondo, liberato dal giogo coloniale, il giovane guineano si avvilisce e dolorosamente constata “che la politica è solo fumo e che il futuro si trova nel romanzo”. “Tra la colonizzazione e l’indipendenza non so quale sia la peggiore”, egli farà dire ad uno dei suoi personaggi.
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Questa brutale presa di coscienza del fallimento della politica spinge Monénembo a buttarsi a capofitto allo scrivere. Egli vuole dimenticare la sua condizione di esiliato. Vuole soprattutto convincersi che la “povertà e l’umiliazione subite non sono delle tare. Il suo primo romanzo, Les Crapauds-brousse, uscì nel 1979, edito da Seuil. Redatto per la maggior parte nelle notti insonni, fu pubblicato nello stesso anno di Vie et demi di Sony Labou Tansi. I due libri sono delle veritiere requisitorie contro la dittatura, la vigliaccheria e la corruzione combattute con l’arma dell’umorismo, della comicità, dell’ironia e della risata. Essi inaugurano una serie di opere che denunciano le tirannie e i gulag tropicali, un genere preponderante nella letteratura africana degli anni 1980.

Dopo un pausa di sette anni Monénembo pubblica nel 1986 il suo secondo romanzo Les écailles du ciel, che vinse il Gran Prix de l’Afrique Noire. Seguono Un rêve utile(1992), Un attiéke pour Elgass (1993), Pelourinho (1995), Cinéma (1997), L’Ainé des orphelins (2000), ispirato, quest’ultimo, alla tragedia ruandese.

Molto differenti gli uni dagli altri, questi racconti, scritti con allegria e pochi mezzi, hanno in comune il tema dell’esilio, del vagare, della memoria comunitaria, del disincanto politico, della follia, della condizione di rifiutato. A metà strada fra la letteratura modernista di Joyce o di Faulkner ed i racconti e leggende orali peul, che hanno cullato la sua infanzia, i romanzi di Monénembo sorprendono e divertono.

È su questa via che si collocano le due ultime opere dello scrittore franco-guineano: Peuls (2004) ed Le Roi de Kahel (2008), delle epopee che sollecitano e celebrano la storia e la memoria della comunità peul, di cui l’autore è originario. Una storia ed una memoria dalla quale Tieno Monénembo non si è mai separato, anche se l’esilio l’ha allontanato dalla geografia del suo immagiario.

Il suo desiderio più ardente sembra essere quello di essere reintegrato, un giorno, in questa geografia: “ La vita, così come la vivo da 34 anni, è provvisoria. Il mio destino è di vivere in Guinea, ritornare al mio villaggio, vedere le tombe dei miei antenati… Ritornerò”.

Di grande umiltà e riservatezza, d’aspetto fragile persino nell’andatura, Tierno Monénembo è una memoria vivente. Mentre ama discutere e difendere il suo punto di vista su tierno libroun’Africa terribilmente disperata, non disdegna di evocare, come preziose testimonianze, i suoi ricordi. I suoi anni di liceo nella Guinea di Sékou Tourè, le sue peregrinazioni nei paesi dell’Africa occidentale, il suo inserimento in Europa, il suo lavoro di cooperante nel Maghreb… Ma anche i suoi incontri letterari nei quattro angoli del mondo. Di che scrivere qualche tomo di memorie.

Certamente, è della razza di quelli che un giorno potranno esclamare, come il poeta cileno Pablo Neruda: “Confesso che ho vissuto”.

Thirthankar Chanda in Jeune Afrique n° 2497

Tradotti in italiano: 

Le radici della pietra
, Guaraldi-Aiep Repubblica San Marino, 1994 (Titolo originale: Les écailles du ciel)
Il grande orfano, Feltrinelli, Milano, 2003 (titolo originale: L’Ainé des orphelins)