“I wait for the light,” said Ms. Badwan, who sometimes takes a week or even a month to construct photographs that look like paintings. “Everything is beautiful, but only in my room, not in Gaza. I’m ready to die in this room unless I find a better place.  Così il New York Times ha fatto conoscere al Mondo Nidaa Badwan, la ragazza che per protesta si è chiusa per più di un anno nella sua stanza dove ha realizzato una serie di scatti fotografici di raro significato evocativo. La critica è rivolta ai costumi imposti a Gaza alle donne e agli artisti. Lei è entrambe le cose e la sua sofferenza, si è tramutata nel progetto “100 giorni di solitudine” una mostra fotografica che testimonia la volontà di essere liberi.

– «Perché porti quei pantaloni larghi? Devi indossare il velo non quel cappello colorato di lana. Sei strana, chi sei?».
– «Un’artista».
– «Che vuol dire? Che cos’è un’artista e soprattutto che cos’è un’artista donna?».


Nidaa Badwan, ha 27 anni e viveva a Deir Al-Balah, nel sud della Striscia di Gaza. Nel progetto One Hundred Days of Solitude ha fotografato la sua vita, reinventandola, in una piccola, colorata stanza da letto.
Una reclusione volontaria che le è servita per raccontare, attraverso l’arte, i sogni dei giovani in una terra in guerra e l’isolamento del mondo femminile sotto il governo autoritario di Hamas.
Nidaa Badwan rappresenta un simbolo particolare perché si batte per i diritti con strumenti di pace, dimostrando che il dialogo è possibile, anzi, diventa più forte con la bellezza, la cultura e la pace.

Nidaa ha voluto che con dodici delle sue opere si realizzasse il calendario “2018 for Peace”.

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Alcune recensioni:

Corriere della Sera

Espresso Repubblica

Avvenire

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