Africa: cooperare con i governi o la società civile?

Alla fine degli anni ’80, nel pensiero mainstream influenzato dalla Banca Mondiale, che introduce il nuovo concetto di governance (World Bank 1989), fa breccia una visione scettica sulle capacità delle leadership politiche africane. Queste sono considerate la causa principale della crisi dello Stato post-coloniale e un ostacolo allo sviluppo del continente, perché “deboli” e “corrotte”, e, quindi, incapaci di permeare e integrare la società. A esse si contrappongono gli attori non-statali, genericamente definiti “società civile”, che diventano così i nuovi destinatari dei progetti di aiuto e sviluppo, ma anche gli attori principali dei processi di democratizzazione e good governance o dei meccanismi di fornitura di servizi sociali più efficienti di quelli statali. I programmi di aggiustamento strutturale, prima, e i processi di democratizzazione e decentramento, poi, hanno così aumentato il numero di attori, arene e oggetti di negoziazione della statualità, ma hanno anche facilitato il ritorno di centri di potere locali e nuove «forme di potere e autorità» (Ferguson 2006: 102) e, allo stesso tempo, nuove forme di “estroversione” (Bayart 1999), soprattutto nei modelli di accountability. 2 Il risultato è spesso una politica ibrida e delle politiche asimmetriche, soprattutto in spazi socialmente e politicamente contestati dove emergono diversi modi di potere e una pluralità di modi della governance (Olivier de Sardan 2014: 419-22).

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