Alla base di tutto, la società civile: un esame critico dell’Africa subsahariana curato da Elisa Vasconi

Questo volume ha l’obiettivo di far dialogare differenti discipline su alcuni temi oggi particolarmente discussi da coloro che si occupano di Africa subsahariana.1 Democrazia, società civile e sviluppo rappresentano, d’altronde, tre nodi tematici e problematici intorno ai quali ruotano la maggior parte dei dibattiti contemporanei.

I saggi presenti in questo libro mirano a comprendere se dinanzi ai fallimenti dei percorsi democratici, all’esplosione dei conflitti, ai processi di privatizzazione e al dilagante neoliberismo, il concetto di società civile possa ancora oggi essere utile per interpretare i processi politici e di cambiamento dell’Africa contemporanea. Gli autori attraverso diverse prospettive scientifiche tentano di rispondere a tale quesito problematizzando il concetto di società civile evidenziandone la sua multidimensionalità nel continente africano. Nei saggi, pertanto, emerge un panorama eterogeneo dove la società civile è definita in termini di organizzazioni non governative, chiese e movimenti pentecostali; identificata con i capi tradizionali; o intesa come espressione dei movimenti rurali e della cittadinanza. Dalle proposte degli organismi internazionali a quello militante delle organizzazioni non governative, dallo sguardo storico a quello antropologico, dai fondamentalismi religiosi alle politiche sanitarie, il presente lavoro vuole restituire un quadro quanto più vicino alla contemporanea eterogeneità della società civile per riflettere sulle attuali politiche nazionali ed internazionali di sviluppo e democrazia che mirano ad includere l’Africa nel sistema mondiale. Gli argomenti trattati rappresentano alcuni dei numerosi scenari contemporanei in cui il concetto di società civile si declina, e le diverse discipline evidenziano come, nonostante i differenti sguardi interpretativi, il nodo più rilevante e problematico sia oggi rappresentato dalla partecipazione e dal grado di coinvolgimento delle comunità marginali.

Proprio dinanzi alla complessità di un tale dibattito e alla diversità disciplinare e argomentativa dei contributi, il volume è stato organizzato in tre sezioni che raggruppano i saggi seguendo dei nodi teorici che permettono una lettura scientifica complessa e problematizzante dei temi affrontati. Verranno pertanto qui brevemente presentate le linee teoriche delle tre sezioni, che determinano il percorso intellettuale proposto, e riassunti i temi dei diversi contributi che mirano a proporre una prospettiva interpretativa innovativa della società civile.

La prima sezione contiene tre saggi che esaminano la relazione tra la democrazia e i sistemi sociali in Africa subsahariana. In particolare, attraverso un’analisi storica e antropologica gli articoli analizzano alcuni dei principali fattori storici che hanno condotto ai fenomeni di marginalizzazione delle masse rurali e di partecipazione ai processi democratici di alcuni esponenti della società civile. A tal proposito, il saggio di Pierluigi Valsecchi restituisce una profondità storica delle recenti forme di reazione ai processi di emarginazione ed esclusione. L’autore esamina le diverse motivazioni dei conflitti per giungere alle più attuali forme di un confronto di tipo religioso-culturale che caratterizza gran parte dei contesti africani, osservando come anche questo tipo di opposizione, tanto radicale quanto alternativa, non sembra almeno per ora articolare una sua elaborazione sulla direzione e la finalità strategica dei processi di crescita e sviluppo. Secondo l’autore le forze africane, che si propongono come poteri alternativi agli attuali sistemi di egemonia globale, paiono oggi del tutto carenti su questo piano e incapaci di affrontare le conseguenze strutturali della storia peculiare dell’inclusione dell’Africa nel sistema mondiale. Una lettura alquanto poco ottimista, a cui seguono le riflessioni di Mariano Pavanello che mette invece in evidenza la partecipazione delle autorità tradizionali, identificate come rappresentati della società civile, nei processi politico-istituzionali africani. Questo saggio mette in luce come negli ultimi decenni molti Paesi dell’Africa subsahariana abbiano sperimentato, in varie forme, il ritorno sulla scena delle cosiddette autorità tradizionali, storicamente emarginate dai processi di decolonizzazione e modernizzazione. Secondo l’autore, la fragilità dello Stato africano, prodotto ibrido e incoerente del colonialismo, ha favorito in molti Paesi movimenti di ristrutturazione istituzionale in cui hanno avuto un ruolo rilevante i capi tradizionali. Particolare attenzione è dedicata ai significati politici e culturali di questo fenomeno in Ghana, nel tentativo di proporre una lettura delle nuove forme istituzionali ibride come processi di transizione politico-istituzionale in cui le società civili si articolano nello Stato secondo modalità originali. Il ruolo attivo delle aristocrazie indigene si presenta, secondo l’autore, come cinghia di trasmissione per l’inclusione delle etnicità nella società civile nazionale: le chieftaincies d’altronde hanno fatto di questa prospettiva di inclusione il cavallo di battaglia per la loro rimonta politica.

Parlare di esclusione e coinvolgimento delle masse nei processi di democratizzazione ha indotto molti studiosi a riflettere sui recenti conflitti di natura religiosa e sui movimenti fondamentalisti islamici, interpretati talvolta come conseguenza delle disuguaglianze, della corruzione, della debolezza istituzionale, della marginalizzazione delle comunità rurali e dell’assenza di investimento sulle nuove generazioni. Per comprendere se e quanto il fondamentalismo, oggi sempre più diffuso nel Sahel, stia minacciando le incerte democratizzazioni e le fragili istituzioni degli Stati africani, è ovviamente rilevante ripercorrere la storia del misticismo islamico. Adriana Piga nel suo saggio delinea proprio le principali caratteristiche del Sufismo diffusosi nell’Africa occidentale. Un Islam sufi che nacque all’insegna di una profonda spiritualità e della recitazione collegiale del dhikr, per poi conoscere, quasi ovunque, una intensa politicizzazione. Nel saggio l’autrice esamina le interrelazioni complesse e ambigue fra Islam e colonialismo nell’Africa Occidentale Francese (AOF): dalla neutralità benevola tipica di Louis Faidherbe al vero e proprio separatismo etnico imposto da William Ponty fino a Clozel, fautore di una schedatura minuziosa quanto ossessiva di tutti gli Ordini sufi nell’Africa occidentale. I Grandi Marabutti rappresentarono la salvaguardia dell’identità islamica tradizionale e optarono, quasi tutti, per una forma velata o meno di collaborazionismo con le autorità coloniali francesi. Contemporaneamente, l’autrice osserva come nei primi decenni del XX secolo si diffusero i movimenti wahhabiti dall’ideologia visceralmente avversa al sufismo popolare e alle sue derive. Pertanto, nei centri urbani dell’Africa occidentale si affermò una dialettica sufismo-antisufismo che non di rado ebbe come conseguenza la creazione endogena di un neo-sufismo a carattere riformista e arabizzante che permette di riflettere sui contemporanei fenomeni islamici.

La seconda sezione del volume raccoglie invece quattro saggi che prendono in esame le interrelazioni tra la cittadinanza e i processi di democratizzazione, e alcune delle attuali forme di partecipazione della società civile alle politiche di sviluppo globali. Il primo dei quattro articoli, da me proposto, si presenta come uno stato dell’arte che riassume le più rilevanti riflessioni sul concetto di società civile, sulla sua declinazione nel continente africano e sulla relazione con lo sviluppo e la democrazia. Il saggio mira ad affrontare una serie di nodi teorici che introducono alcuni temi trattati negli articoli seguenti, e a problematizzare il concetto di società civile mettendone in rilievo la sua eterogeneità nel continente africano. L’obiettivo è di riflettere se dinanzi all’opacità e alla multidimensionalità dei contesti subsahariani, la società civile e le sue forme di coinvolgimento possano essere interpretate attraverso una prospettiva innovativa che le renda ancora oggi uno strumento utile all’analisi delle dinamiche politiche, economiche e sociali dell’Africa. Proprio nella stessa direzione si declina il saggio di Massimo Tommasoli che, attraverso una prospettiva istituzionale e transnazionale, esamina il sempre più cospicuo coinvolgimento della società civile nei percorsi democratici subsahariani. L’autore descrive il processo di definizione dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile avvenuto per mezzo dell’attivazione di una rete complessa di negoziati intergovernativi e consultazioni con rappresentanti della società civile a livello nazionale, regionale e globale che non hanno avuto precedenti nella storia del multilateralismo. Il testo si concentra sulle caratteristiche e sui contenuti di tale processo nel continente africano; sulle nuove modalità di interazione tra istituzioni governative e non governative nei processi negoziali sulle agende dello sviluppo culminate nei Millenium Development Goals (2001) e Sustainable Development Goals (2015); infine sul crescente coinvolgimento delle organizzazioni non governative africane in spazi negoziali significativi per la definizione delle politiche di sviluppo globali. Proprio per approfondire e comprendere il ruolo delle organizzazioni non governative nei processi globali, in questo volume è stato dato spazio alle testimonianze di alcuni operatori di una ONG che da tempo lavora nel contesto subsahariano. Il saggio di Luca Ranieri, consulente dell’ONG COSPE, si propone di studiare la genesi, lo sviluppo, le modalità e i risultati delle mobilitazioni della società civile africana che si sono sviluppati nell’ultima decina di anni sul continente di fronte all’accaparramento delle risorse naturali fondamentali quali terra e acqua (fenomeni noti rispettivamente come land- e water-grabbing). L’autore adotta una prospettiva di attivista della società civile, facendo leva sugli strumenti qualitativi dell’osservazione partecipante, che gli hanno consentito di indagare la capacità d’incidenza politica conseguita oggi dalla società civile africana, in tutte le sue articolazioni e alleanze, a livello locale e internazionale, e di approfondire le conseguenze della crescente declinazione dei conflitti in termini di diritti umani. Un’indagine che mira ad andare oltre la definizione semplicistica e a-problematica di società civile, riferendosi invece alla complessa articolazione di soggettività differenti, di posizionamenti e obiettivi non sempre compatibili e di problematiche identitarie che tramano la supposta “terzietà” della società civile. Continuando ad esaminare il ruolo di questi nuovi attori non governativi entrati nelle politiche di sviluppo globale negli ultimi decenni, Pino Schirripa nel suo articolo osserva come, in seguito ai Programmi di Aggiustamento Strutturale, non solo le ONG ma anche le organizzazioni caritatevoli hanno iniziato ad interpretare un ruolo fondamentale nei contesti subsahariani. L’autore pone lo sguardo su un fenomeno alquanto recente che vede le organizzazioni religiose protagoniste dell’aiuto allo sviluppo degli ultimi tre decenni e in grado di ottenere nuovi spazi di intervento nelle società africane. Allo stesso tempo, a livello sovranazionale osserva come sia cresciuto il ruolo degli organismi cristiani interconfessionali che intervengono in molti Paesi africani investendo proventi delle loro campagne di crowfunding o di finanziamenti pubblici. Si tratta di nuovi attori che stanno trasformando gli interventi di cooperazione e di aiuto; in particolare, secondo l’autore il tipo di azione delle chiese sembra modificare e modellare le soggettività per renderle più coerenti con i capisaldi della ideologia neoliberale ormai dominante nel continente.

L’ultima sezione del volume è invece dedicata alla presentazione di alcuni casi di studio relativi all’ambito sanitario, in quanto tema centrale di numerose politiche dello sviluppo globale e di molti interventi delle organizzazioni non governative. In particolare, l’analisi della gestione della salute pubblica permette non solo di osservare i processi democratici ma anche il reale coinvolgimento della società civile. Il saggio di Gavino Maciocco fa da apripista all’argomento riportando un’introduzione teorica delle politiche di sviluppo sanitario in Africa subsahariana. L’autore nota come il concetto di aiuto allo sviluppo nacque in seguito ai disastri della seconda guerra mondiale. Per aiutare le nazioni in difficoltà furono create una serie di istituzioni, come la Banca Mondiale, e vennero promossi degli interventi da parte di alcuni Governi, come il piano Marshall, che oltre ad aiutare i Paesi li mantennero all’interno dell’orbita politica dei donatori. Solo dopo la caduta del muro di Berlino i contributi erogati per lo sviluppo dimezzarono, in un periodo in cui i Paesi più poveri del pianeta vennero colpiti sia dalla crisi economica che sanitaria. Dagli anni ’90 l’aiuto cambiò volto: l’obiettivo non fu più lo sviluppo bensì il soccorso basato sull’etica del capitalismo “compassionevole”. Accanto al finanziamento pubblico degli Stati si sviluppò l’aiuto privato proveniente da una moltitudine di organizzazioni non governative e di agenzie filantropiche che intervennero in situazioni di emergenza e crisi umanitarie. Fu questo il periodo in cui si costituirono le strategie di Public-Private Partnership e aumentarono i fondi, la cui efficacia è messa oggi in discussione dall’estrema frammentazione prodotta dalla molteplicità degli attori, pubblici e privati, e dalla “verticalizzazione” degli interventi. Attraverso alcuni casi etnografici l’autore esamina gli effetti che le politiche sanitarie neoliberiste hanno prodotto negli ultimi trent’anni. Non c’è dubbio che soprattutto in Africa queste ultime siano state distruttive per i sistemi sanitari in quanto hanno provocato l’impoverimento estremo dei servizi sanitari pubblici, la fuga del personale sanitario locale, la crescita caotica della sanità privata, e infine la competizione tra una miriade di ONG. Proprio in questa direzione si inserisce il lavoro di Daniela Ambrosi, consulente del COSPE, che non solo analizza i processi di decentramento sanitario ma si sofferma su un progetto specifico finanziato e realizzato dall’ONG di Firenze in alcuni Paesi africani. L’autrice osserva come decentralizzare i servizi sanitari in Africa significhi renderli fruibili alla popolazione delle aree rurali. Le distanze, il costo dei trasporti e il sovraffollamento degli ospedali fanno si che la maggior parte della popolazione non abbia accesso alle cure. Tuttavia, decentralizzare in un contesto di scarse risorse umane e finanziarie è complesso e richiede di ripensare l’intero sistema, per cui il coinvolgimento delle comunità locali diventa cruciale per supportare il lavoro del personale sanitario. L’articolo presenta alcune esperienze di collaborazione tra comunità e servizi sanitari di base in Swaziland, Tanzania e Sud Africa che hanno portato al miglioramento dei risultati sia terapeutici che preventivi di alcune specifiche patologie. Ad ogni modo, nonostante l’ingente quantità di aiuti, le disparità nel globo sono ancora diffuse e sempre più strutturali. Dinanzi alle numerose critiche sollevate allo sviluppo ancora oggi ci si domanda quali siano le basi per un intervento sostenibile ed efficace in campo sanitario, e se le ONG e la società civile si impegnano a promuovere strategie di intervento che rileggono in chiave critica lo sviluppo e la democrazia. L’articolo proposto dalla sottoscritta in collaborazione con Maria Nannini prova a rispondere a tali quesiti attraverso l’analisi di un progetto di aiuto allo sviluppo realizzato in Uganda da Medici con l’Africa CUAMM. All’interno del vasto programma Prima le mamme e i bambini”, mirato alla salute materno-neonatale, viene preso in esame un progetto pilota sull’uso di incentivi, la cui analisi induce a riflettere criticamente sul binomio salute-sviluppo. Attraverso una chiave di lettura antropologica le autrici analizzano le modalità con cui una ONG italiana si relaziona con un sistema sanitario africano e reagisce, o meno, alle più recenti critiche avanzate al mondo della cooperazione. Attraverso lo studio dell’operato del CUAMM ci si propone di esaminare i più recenti interventi e riflettere sulla possibilità di promuovere un modello sostenibile, efficace ed alternativo di sviluppo.

Il volume termina, infine, con la post-fazione di Maria Stella Rognoni che traccia delle linee conclusive mettendo in evidenza la prospettiva innovativa dei saggi e l’utilità del dibattito emerso, il quale induce ad adottare una lettura multidisciplinare e complessa degli attuali fenomeni dell’Africa subsahariana. D’altronde, come emerge dai saggi qui pubblicati, se per molti anni le riflessioni degli intellettuali hanno ruotato intorno alla multidimensionalità delle società africane e all’eterogeneità della società civile, oggi le letture scientifiche, affinché abbiano una utilità nella comprensione della contemporaneità, debbono sempre più soffermarsi sulle diverse forme di coinvolgimento, partecipazione ed esclusione dei gruppi definiti di volta in volta rappresentanti delle società civili.

 

Note

 

1 – Questo volume trae ispirazione da tre convegni organizzati presso l’Università degli Studi di Firenze durante i mesi di marzo e aprile 2015. Grazie all’aiuto di Mariano Pavanello, Nicolò Bellanca e dell’ONG COSPE di Firenze, organizzai tre convegni che videro la partecipazione di antropologi, storici, economisti, scienziati politici, medici, e rappresentanti delle organizzazioni non governative e della società civile. L’idea di suddividere gli incontri in tre giornate mirava a dare l’opportunità ai partecipanti di approfondire il dibattito e confrontarsi sul proprio specifico ambito disciplinare e di ricerca. Il primo incontro avvenuto il 24 marzo 2015, dal titolo “Islam e fondamentalismo islamico in Africa subsahariana”, vide la partecipazione di Adriana Piga, antropologa e storica dell’Africa; Udo Enwereuzor, Responsabile delle Migrazioni minoranze e diritti di cittadinanza dell’ONG COSPE; Assane Kebe, rappresentante della confraternita Mouride di Firenze; e Maria Stella Rognoni, storica dell’Africa, in qualità di discussant. Il secondo incontro avvenuto il 9 aprile 2015 dal titolo “Democrazia, società civile e sviluppo in Africa subsahariana”, ospitò Massimo Tommasoli, Permanent Observer for International IDEA on the UN; Pierluigi Valsecchi, storico dell’Africa; Mariano Pavanello, antropologo africanista; Luca Ranieri, consulente dell’ONG COSPE su questioni di diritti umani e accesso alle risorse; Kaku Attah Damoah, economista; e come discussant Maria Stella Rognoni. L’ultimo convegno si incentrò invece su “Politiche sanitarie e sviluppo in Africa subsahariana” a cui presero parte: Valeria Fargion, politologa; Daniela Ambrosi, consulente dell’ONG COSPE per i progetti sanitari; Pino Schirripa, antropologo medico africanista; Gavino Maciocco, medico igienista; e Maria Nannini, studente del corso di Laurea specialistica in Cooperazione e sviluppo.

Il presente lavoro propone, riveduti ed arricchiti, molti dei contributi discussi durante i convegni, sebbene alcuni dei partecipanti non abbiano potuto prendere parte alla pubblicazione degli atti. Tuttavia, la complessità del dibattito emerso dai saggi mi ha indotta a strutturare il volume in modo divergente rispetto all’organizzazione tematica dei convegni, raggruppando i contributi secondo alcune linee teorico-interpretative che permettono di leggere in modo trasversale e critico gli argomenti trattati.